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Era l'inizio del 2011 e vi raccontavamo di come la corsa di materie prime alimentari ed energetiche rischiavano di importare inflazione nelle economie avanzate, alle prese, allora come oggi, con bassi livelli di domanda e bassa crescita. Lo spettro che iniziava ad agitarsi era quello della stagflazione, un periodo di crescita piatta accompagnato da livelli dei prezzi in salita.
A 3 mesi dalla fine dell'anno le cose sembrano cambiate. In questi giorni le commodities hanno toccato i loro minimi a 10 mesi ed il petrolio veleggia oramai stabile in zona 80 dollari al barile. La spinta inflazionistica importata, e di conseguenza la pressione sui prezzi interni, si vanno via via affievolendo, tanto che la Fed ha ricominciato la sua politica "non convenzionale" di espansione monetaria e la stessa BCE, ieri, sembra non aver escluso un possibile ritocco, all'ìngiù, dei tassi di interesse.
Tutto bene quindi? Neanche per sogno. Se per la parte relativa ai prezzi si è assistito ad un mutamento sensibile, nulla è cambiato sul lato della crescita economica mondiale. Il quadro generale, come già ricordato nel precedente intervento, vede un semestre, quello che stiamo vivendo, in fase recessiva per la zona euro e, per la parte manifatturiera, anche per la Cina. Rimane flebile la ripresa negli USA alle prese con tassi di disoccupazione ancora lontani dall'imboccare un cammino di discesa ed una domanda interna tramortita dagli oneri finanziari della bolla del 2008.
Ecco che sulla scena internazionale assistiamo ad un cambio di fantasma, dalla stagflazione alla deflazione. Un fantasma di ritorno, dobbiamo dire, perchè la sua semitrasparente sagoma era apparsa già a metà 2010, prima che le materie prime iniziassero ad accelerare. Brutta bestia la deflazione, ghiaccia la dinamica della domanda e dell'offerta ed alimenta aspettative al ribasso sui prezzi, in un circolo vizioso difficile da interrompere. Il premio nobel Krugman avverte che il fantasma è più solido di quanto si pensi. Prendendo a riferimento la zona euro, un tendenziale annuo dei prezzi del +1% in Germania potrebbe già voler dire deflazione nelle zone periferiche.
Le mosse espansive delle banche centrali cercano quindi di stimolare un processo inflattivo interno che però risulta molto difficile da sostenere a causa del forte disequilibrio tra potenziale dell'offerta e della domanda. In poche parole: come stimolare le aziende ad investire se la domanda è bassa a causa della logorata capacità di credito? E' chiaro che da sola la politica monetaria non può escluderci lo scenario deflazionistico.
Ed è proprio sul fronte politico che la confusione regna sovrana. Prendiamo la giornata di ieri, vissuta tra voci di un corposo allargamento del fondo salvastati ed un nuovo "delay" sul finanziamento alla Grecia. Uno strabismo che ha le sue cause principali nella perdurante incertezza tedesca.
Ieri Mario Monti, in una bella intervista televisiva, ci ha offerto una visione diversa del problema "eurozona". Un cambio di prospettiva che conferma la centralità del dilemma teutonico. L'ex ministro ci invita a guardare l'Europa nel suo complesso, il disavanzo generato nell'intera area è minore rispetto a quello degli Stati Uniti e dei paesi emergenti, la crescita è sostanzialmente in linea con gli Stati Uniti ed il livello di debito complessivo è inferiore a quello a stelle e strisce. Se a questo si aggiunge l'oggettiva situazione dell'euro, e cioè una situazione di forza nei confronti delle altre monete di riferimento, allora si intuisce come il problema stia nella gestione da parte della "governance" europea delle disomogeneità locali.
L'Europa, come giustamente nota il ministro Tremonti, si sta avvitando sulle incertezze della Germania nel "passare il guado", scegliendo di non decidere tra salvare la Grecia o lasciarla fallire, e si sà che il non decidere fa più danni del decidere.