Avrete senza dubbio avuto anche voi l'impressione che l'eurocrisi abbia, nelle ultime due settimane,  accellerato il passo, arrivando a toccare il sacrario teutonico dei Bund. Avrete altresì notato la reazione della politica europea di fronte a questa accellerazione. Una reazione sbiadita, arruffata, inconcludente come lo è sempre stata dall'inizio della crisi.
Il nocciolo della questione non è la solidità dei bilanci, la credibilità delle manovre, l'avvio di un cammino di crescita. Tutte cose importanti, certo, vitali per resistere alle tensioni dei mercati, ma tutte figlie di un punto ben più importante: il senso di appartenenza.
Non sono in gioco nè l'Euro nè i nostri titoli di stato, in questa crisi nerissima è in gioco il significato stesso di Europa e, nella stretta della speculazione, si misura quanto ogni singolo stato creda all'Europa unita.
Sarebbe molto facile rivangare le vecchie accuse mosse all'adozione della moneta unica e alla disomogeneità degli stati che vi hanno aderito, ma sorge il sospetto, quasi certezza, che l'opportunismo abbia soppiantato l'idea spinelliana dell'unità europea.
La moneta unica presentata come simbolo di unità ma adottata come semplice parafulmine contro le crisi internazionali e come copertura dei difetti strutturali dei singoli stati membri. Un trucco insomma: facciamo la moneta unica ma ognuno si tiene il suo orticello.
Ma la realtà dei mercati ha smascherato la povertà di "sentimenti" di questa strana Europa. Ora siamo alla resa dei conti, o ci si crede o non ci si crede. Se ci si crede la moneta non fallirà , perchè le forza che l'Europa può esprimere in termini di capacità culturale e tecnologica è ancora molto alta. Se non ci si crede è meglio lasciar perdere perchè continuerà a prevalere l'idea del "ciò che va bene a te non va bene a me", in una sequela di veti che rischia di peggiorare ulteriormente la situazione.