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Jurgen Stark, lineamenti prussiani, membro del board della banca centrale europea nonchè capo economista per lo stesso istituto, si dimette in un venerdì di inizio settembre, ufficialmente per motivi personali, nella realtà dei fatti per motivi nazionali.
Un boato che rende ancor più artificiale il mieloso giovedì dove da Bruxelles a Parigi si faceva a gara per sottolineare la bontà della manovra italiana. Non è un caso che da Francoforte, sede della BCE, i commenti fossero molto più prudenti, quasi cerchiobottistici: la mina stava per scoppiare.
Non è chiaro se Stark si sia dimesso o se sia stato accompagnato alla porta, la cosa chiara è che il malessere dalla pancia tedesca è salito molto più sù fino ad entrare nelle stanze, istituzionalmente bollenti, della banca centrale.
Lo dicevamo da alcuni mesi, il popolo tedesco mal digerisce il consistente contributo al salvataggio dei paesi periferici. Dalle quelle parti non si sopporta la melina mediterranea che porta ad annacquare tutto, a confondere obbiettivi con i desideri. Nella sostanza si sentono presi in giro.
Ed è in questo clima che si dibattono la politica e la finanza tedesche. In un bell'editoriale di qualche giorno fa, Matthew Lynn dice chiaro e tondo che è la Germania il grosso problema dell'Europa e dell'Euro.
Sembra un paradosso ma pensandoci bene è proprio così. I tedeschi si trovano a combattere tra la spinta europeista che li ha visti fondatori della moneta unica e la nostalgia nazionalistica del Marco forte e della supremazia tecnologica (come diceva un vecchio spot pubblicitario). Gli investitori considerano la Germania la parte più solida della zona euro e più questa si dibatte nel dilemma e più i mercati restano confusi.
Per ora la linea europeista sembra primeggiare, lo dimostrano le "uscite" di Webber e poi di Stark e la decisione della corte costituzionale sulla legittimità degli aiuti ai paesi in difficoltà . Ma il confronto è serrato e di mezzo ci sono le elezioni. La CDU della Merkel sta pagando salato il mantenimento della posizione europeista e tenta di correggere il tiro con dichiarazioni acchiappa-consensi e qualche paragone tagliente (l'Italia assimilata alla Grecia, più sanzioni a chi non rispetta i vincoli di bilancio).
La volontà di dare alla BCE (della quale la Germania è socio di maggioranza relativa) più poteri di intervento sui conti dei paesi membri risponde ad una comprensibile esigenza: io contribuente tedesco ci metto i soldi, voglio almeno poter controllare che i governi "lazzaroni" non continuino a fare i furbi. Questa via sembra essere l'unica per convincere l'opinione pubblica tedesca che vale ancora la pena rimanere in Europa, richiedendo quella maggiore severità che, nello slancio, si perse per strada all'atto fondativo dell'Euro.