Questa mattina sono arrivati i risultati di due importanti ricerche. Dall'ufficio studi di Confindustria è stato diffuso il rapporto sulla produzione a luglio del 2011, mentre lo Svimez ha reso noti i risultati dello studio sull'economia del mezzogiorno 2011.
Anticipando le conclusioni diciamo che il combinato disposto delle due ricerche ci consegna un quadro desolante e altamente preoccupante. Confindustria segnala una restrizione della produzione industriale a luglio dello 0,4% rispetto a giugno 2011, sottolineando il dato con alcune affermazioni molto nette, si parla di conferma dell'arresto della debole crescita italiana, di stagnazione della domanda interna e, in uscendo dai confini, di generale clima di raffreddamento.
Lo Svimez fotografa invece una situazione occupazionale preoccupante, specie per i giovani, specie al sud. Il dato non ci è nuovo, la media nazionale dice che un giovane su tre è disoccupato, lo Svimez ci conferma la situazione sottolineando il picco delle regioni meridionali, con due giovani su tre in cerca di occupazione. Quasi un terzo dei diplomati ed oltre il 30% dei laureati meridionali non studia e non lavora (i cosiddetti NEET). Ma sul fronte occupazione inizia a cedere qualcosa anche il centro Nord, in particolare è sensibile il calo occupazione in Emilia Romagna e Toscana.
Un accenno alla spesa delle famiglie che in 10 anni è cresciuta dello 0,5% al Nord e scesa dello 0,1 al Sud. La spesa della Pubblica amministrazione, nello stesso periodo, ha segnato un +1.6% al Nord ed un +1.4% al Sud.
L'Italia arranca sotto il peso dei costi per la "manutenzione" dei costi pubblici e della stagnazione occupazionale e, per diretta conseguenza, dei consumi. Una situazione drammatica sottolineata dal comunicato congiunto diffuso qualche giorno fa dalle principali organizzazioni sindacali ed economiche del paese, nel quale si chiede un impegno per gettare le basi di un Patto nazionale per lo sviluppo.
Impegnati a discutere circa le dimensioni temporali dei processi, poco si è detto di questo appello, risposte politiche non ce ne sono state e alcuni si sono spinti a bollare il tutto come una operazione demagogica.
E vero, chi è senza peccato scagli la prima pietra. Molte delle attuali magagne italiche sono diretta conseguenza delle prese di posizione e delle rendite di posizione di molti dei sottoscrittori di quel comunicato (per non dire tutti), ma non si può ignorare, in un clima così delicato, quella lunga fila di firme in calce al documento: Confindustria, Abi, Cgil, Cisl, L'Alleanza delle cooperative italiane, Rete Imprese Italia, Confagricoltura, Confapi, Ugl, Coldiretti, Cia.
Il segnale è tutto lì, nella comune sensazione che le cose stiano sfuggendo di mano, che sia necessario rimettere al centro di tutto il paese e i suoi nodi da sciogliere, nella ansiosa preoccupazione che nessuno, dall'altra parte stia a sentire, in un angosciante e lungo processo, di decomposizione.